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Quella brutta sensazione che non mi permette di lasciarti. Anche se forse dovrei: la DIPENDENZA AFFETTIVA

 

Chi un po’ mi conosce e mi segue attraverso i social sa che sono una psicologa con un orientamento un po’ particolare ossia “sistemico-relazionale”.

Nel mio approccio mi occupo di relazioni e di rapporti siano essi familiari, amorosi, di amicizia. 

In studio mi capita abbastanza frequentemente di incontrare persone che manifestano una certa sofferenza nel vivere dei rapporti che sentono non essere funzionali per loro.

Con un pensiero razionale sentono di dover interrompere la relazione con una certa persona (di solito il/la partner), ma non riescono per paura, per ansia, per senso di colpa o molto più semplicemente perchè non credono di poter stare senza quella persona.

Queste persone possono subire dai/dalle propri/e partner umiliazioni, insulti, violenza psicologica e talvolta aggressioni fisiche. Sopportano in un lancinante dolore tradimenti e ricatti fisici e morali.

Talvolta si vergognano di sé stessi e piano piano smettono di confidarsi con familiari e amici consapevoli che le risposte che ricevono sono solo: “lascia quella persona, non vedi che ti fa del male?” “non scriverle più, non  cercarla, dimenticala”. 

E dentro loro stessi soffrono in silenzio e si sentono in trappola consapevoli che se potessero chiudere quella rapporto così doloroso l’avrebbero già fatto.. la verità è che non possono..  

Se ora, nel leggermi,si è formata nella mente un’ immagine di questi miei pazienti come persone deboli e sottomesse con alle spalle chissà quale trauma infantile.. beh vi posso assicurare che non è così.  Sono persone in gamba, ricche di emozioni e capaci di formulare ragionamenti razionali e complessi.

 

Cosa succede allora?

 

Ciascuna persona nel momento in cui instaura un rapporto con una persona espone una parte di sè ed è attratta da un bisogno dell’altro e di quello che l’altro espone. Tutti i rapporti, anche quelli che appaiono a senso unico sono reciprocamente influenzati. Se questa persona, in un certo momento della sua vita ha stretto questo tipo di legame è perchè intimamente ne aveva bisogno. Aveva bisogno di esprimere un’insicurezza, un bisogno di “perdere il controllo”, di sentirsi passivo.

Di solito, quando vengono in terapia, questi pazienti si aspettano di sentire le classiche frasi di circostanza dette e ridette da amici e familiari oppure di fare un “bagno purificatore” di autostima, ma nulla di tutto ciò avviene.

Io con loro cerco di capire che cosa sia successo, come questo rapporto disadattivo si sia instaurato. Perchè proprio in quel momento lì e non magari un mese prima?  

Come nelle tossicodipendenze.. non è che una persona di punto in bianco comincia ad assumere droga! e neanche di punto in bianco decide di smettere e disintossicarsi. 

C’è un mondo di motivi, c’è la vita di una persona, c’è la sua storia.

Se la dipendenza si è instaurata in quel momento lì con quella cosa/persona lì un motivo ci sarà e sicuramente quel rapporto poco funzionale era l’unica via possibile per quel paziente di esprimere un certo bisogno.

Attraverso la terapia cerchiamo quindi una nuova via, dei nuovi significati per fronteggiare quelli che possono essere dei problemi emotivi, relazionali, di gestione dello stress.

La persona cambia cresce ed ad un certo punto non sente più la necessità di vivere una relazione che fa soffrire. Cambia il suo modo di sentirsi all’interno delle relazioni, sente di aver bisogno di altro e abbandona il dolore.

Le nostre sedute trascorrono parlando sempre meno della dipendenza e sempre di più della vita.

E non avviene una magia (come mi sono sentita dire scherzosamente in terapia), avviene un cambiamento.

 

 

 

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